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Attacco di panico: definizione e cause

L’attacco di panico è un breve ma intenso episodio di ansia. Si tratta di un esperienza fortemente attivante al punto che chi lo ha sperimentato difficilmente lo dimentica e spesso il solo ricordo diventa causa di paura. In molti lo descrivono come un fulmine a ciel sereno, un evento del tutto inaspettato. L’imprevedibilità è un ulteriore variabile che contribuisce ad averne paura. In realtà, a fonte di un attacco di panico, è sempre possibile individuare un fattore scatenante anche se se spesso chi lo vive non ne è a conoscenza. L’emozione principale che viene sperimentata è dunque la paura. Una paura improvvisa, estrema, irrazionale ed apparentemente ingiustificata, accompagnata dalla sensazione di non sopravviverne e talvolta da vissuti di derealizzazione e depersonalizzazione. Le modificazione neurovegetative che l’accompagnano sono tra le più varie: tachicardia, capogiro, tremori, eccessiva sudorazione, dispnea, nausea ecc…

L’attacco di panico è un esperienza molto più comune di ciò che si pensa. Il limite tra normalità e patologia sta nella frequenza e nell’influenza che queste esperienze hanno sul benessere della persona. Molti per esempio, a causa della paura, iniziano ad evitare di uscire, andare a lavoro, frequentare certi luoghi o persone ecc… In casi come questi ciò che si sviluppa è una  patologia psichica chiamata “Disturbo di panico” che rientra nella più ampia classificazione dei “Disturbi d’ansia“. Le cause che possono generare uno o più attacchi di panico sono varie ma certamente, elevati livelli di stress, eventi di vita traumatici così come preoccupazioni e difficoltà personali o professionali  sono importanti fattori predisponenti. La psicoterapia rappresenta il principale strumento di intervento per fronteggiare al meglio i sintomi e dare un significato diverso al proprio vissuto.

Ciò che non uccide fortifica

La saggezza di un vecchio detto popolare non inganna mai. Una certa dose di avversità possono infatti accrescere alcune capacità personali aumentando i livelli di “resilienza”. La resilienza (dal latino “resilire” – rimbalzare ) è, in ambito ingegneristico,  la  capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. In psicologia si riferisce quindi alla capacità di fronteggiare positivamente eventi traumatici. Tanti sono gli esempi celebri di persone che, nonostante tutto, ce l’hanno fatta e su di essi sono stati scritti libri e biografie. Persone che hanno fatto di difficoltà virtù, che si sono in qualche modo piegate ma non spezzate,  Frida Kahlo, Nelson Mandela, Steve Jobs, Alex Zanardi , solo per fare qualche nome.

Boris Cyrulnyk, etologo, neurologo e psichiatra francese a tal proposito sostiene “se è vero che certe ferite non si rimargineranno mai completamente, qualunque trauma, se non vissuto passivamente come punizione o negazione della felicità, può rappresentare, nel suo accadere repentino e imprevedibile, un’occasione di realizzazione superiore, al pari della condizione del cigno che si è sviluppato a partire dal brutto anatroccolo della nota favola di Andersen”
Da cosa dipende quindi la capacità di sviluppare o meno resilienza in seguito ad un trauma? Bisogna premettere che alcune esperienze forti come ad esempio la morte precoce di un figlio, di un genitore, un abuso piuttosto che l’essere vittima di una calamità naturale, generano inevitabili  blocchi che incidono negativamente su salute e benessere della persona a qualunque età. Detto ciò, la ricerca clinica, evidenzia  fattori di rischio – che espongono cioè la persona ad una maggiore vulnerabilità al trauma – e fattori protettivi – che al contrario la rinforzano – per lo sviluppo di resilienza. Tra i primi ci sono fattori  emotivi  (bassa autostima), famigliari (conflitti e separazioni), interpersonali (rifiuto dei pari), e di sviluppo (ritardo cognitivo). Tra i secondi si evidenziano soprattutto fattori ambientali/famigliari come la capacità di accudimento del caregiver,  le attenzioni date al bambino specie dalla nascita al compimento del primo anno di vita, la qualità del legame tra genitori ma anche la coerenza nelle regole date e la presenza di una buona rete sociale.

Cambiamento del cervello in seguito ad un trauma

Come cambia il cervello in seguito ad un trauma

Il trauma in generale è una lesione causata da un evento o agente esterno che produce delle modificazioni locali o generali.

Per trauma psichico invece si intende comunemente una “ferita dell’anima” che impatta negativamente sulla vita e il benessere della persona. Secondo B. VanDer Kolk, voce tra le più autorevoli sul tema, l’evento traumatico va inteso come un evento stressante dal quale l’individuo non può sottrarsi e che supera la sua capacità di resistenza. Non tutti gli eventi di vita difficili hanno una valenza traumatica ma molto dipende dalla soggettività di chi li vive quindi dalla livello specifico di resilienza di ciascuno. Se le reazioni al trauma possono variare da persona a persona, ciò che sembra non variare è l’impatto che il trauma ha su alcune parti del cervello.

Nello specifico sono tre le aree che subiscono maggiori cambiamenti in un cervello traumatizzato:

  1. la corteccia prefrontale, responsabile della capacità di prendere decisioni;
  2. la corteccia cingolata anteriore, parzialmente coinvolta nella regolazione delle emozioni;
  3. l’amigdala, piccola struttura del sistema limbico coinvolta nella gestione di emozioni come la paura.

Nel cervello traumatizzato dunque, sembrerebbe esserci un attenuata attivazione delle prime due aree e un iper attivazione dell’ultima. Tutto ciò si traduce in eccessive risposte di allarme, irritabilità, iper vigilanza, improvvisi scoppi di collera, difficoltà di addormentamento ma anche difficoltà di concentrazione, mancanza di lucidità di pensiero, e incapacità di gestione emotiva.

In psicoterapia esistono diversi metodi evidence-based per lavorare sul e con il trauma. Una delle più importanti è EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing).

superare il trauma

Supera il Trauma con l’EMDR

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un metodo psicoterapeutico basato su evidenze scientifiche, utile al alleviare la sintomatologia causata da esperienze traumatiche passate.

Il “Trauma” (dal greco “ατος” – ferita), è un esperienza comune. In molti infatti, ripensando al proprio passato più o meno recente, sono in grado di ricordare uno o più eventi significativi in tal senso.

Non tutti coloro che hanno alle spalle un evento traumatico sviluppano in seguito psicopatologie ma sicuramente, alla base di molte di esse ci sono eventi traumatici non elaborati.

Quando si pensa al trauma vengono in mente di solito  grandi eventi come essere vittime di incidenti, calamità naturali, violenze fisiche, lutti e malattie ecc… Questi sono infatti traumi con la T maiuscola ma non sono gli unici. Molti traumi infatti possono insorgere a seguito di esperienze relazionali fonti di sofferenza per la persona (affetti mancati, relazioni conflittuali o abusanti, rifiuti, emarginazione, bullismo, ecc.. ) o ci si può traumatizzare anche solo assistendo ad un trauma altrui.

Quando si è vittime di un trauma, il cervello riceve tante informazioni che per la loro portata ed intensità non riesce ad elaborare ed immagazzinare in modo funzionale e costruttivo. Queste informazioni (sensazioni fisiche, immagini, pensieri, emozioni…) rimangono congelate in memoria e generano sintomi tra i più vari a formare un substrato psicopatologico pronto a manifestarsi alla prima occasione.

Focalizzandosi sulla rievocazione di eventi o situazioni che hanno contribuito allo sviluppo di problemi emotivi o disturbi psicologici attuali (traumi), l’EMDR, attraverso una stimolazione bilaterale ottenuta da specifici movimenti oculari, consente di modificare la prospettiva con cui si vedono queste esperienze, ridimensionandola trasformando così  il trauma in un ricordo privo di condizionamenti sul presente.

Phubbing

Usi lo smartphone ed ignori chiunque ti circondi? Si chiama “Phubbing”

La tendenza a controllare ripetutamente le notifiche sullo smartphone anche quando si è impegnati in altro è un comportamento molto diffuso tra giovani e meno giovani al punto che è stato coniato un termine apposito. Si parla di “phubbing” per indicare l’atteggiamento, assai poco cortese, di trascurare una persona con cui si è impegnati in una qualsiasi situazione sociale (dalla camera da letto al caffè al bar) per controllare compulsivamente il telefono.

Cosa provoca il Phubbing?

Una risposta la forniscono i ricercatori della University of Kent: dipendenza da internet, paura di perdersi qualcosa di importante e mancanza di autocontrollo. Ma non è tutto. Da uno studio comparso sulla rivista Computers in Human Behaviour, le persone in genere considerano questo comportamento nell’interlocutore come del tutto normale e rispondono loro con la stessa condotta. Secondo i ricercatori della Baylor University questo sembrerebbe essere dovuto proprio al sentirsi vittima di phubbing. In altre parole essere snobbati dall’interlocutore porta a incollarsi al proprio cellulare per trovare maggiore accettazione, sostegno e inclusione chattando con gli amici sui vari social. Ciò che si crea è un circolo vizioso che allontana le persone e deteriora le relazioni. In uno studio pubblicato sul Journal of the Association for Consumer Research gli esperti hanno descritto inoltre il legame esistente fra l’essere snobbati, avere un attaccamento per i media sociali, e livelli di depressione, ansia e stress.

Ciò che emerso, su un campione di 330 persone, è che il fenomeno del Phubbing sarebbe collegato a maggiori livelli di stress e depressione. Spiegano gli esperti “Anche se lo scopo dichiarato della tecnologia legata agli smartphone è quello di aiutarci a connetterci con gli altri, in questo particolare caso non lo fa”. La tecnologia può unire o dividere. Molto dipende dal tipo di utilizzo che riusciamo a farne.

Autore: Daniela Maggiacomo 

© foto: flickr.com

Mangiare consapevolMENTE

Mangiare consapevolmente significa prestare attenzione al momento in cui si mangia: al gesto che accompagna il cibo verso la bocca, all’spetto del cibo, all’’odore prima e poi al sapore (Mindfull Eating).
In altre parole significa essere presenti a se stessi mentre si soddisfa il bisogno primario legato alla nutrizione.

Concentrarsi sul qui e ora per trarre il meglio dal momento del pranzo, è un primo passo indispensabile affinché possiamo ben nutrire corpo e mente, da sempre connesse in un ’unità indivisibile.

A quanti capita di mangiare in modo così distratto da ingurgitare qualsiasi cosa è nei paraggi, senza riuscire a distinguere i sapori ad apprezzare gli odori? Ci si abitua così a mangiare di tutto, cibo spazzatura compreso.

Ciò, alla lunga, può provocare problemi alla salute, alla linea e diventa indice di una situazione di stress. I vantaggi che si ottengono con una maggiore consapevolezza al cibo consistono nell’imparare a mangiare quando si ha veramente fame e a fermarsi quando si è sazi.

Si impara a distinguere in base alle sensazioni quale cibo va meglio per noi , a percepire come e quale cibo influenza il nostro umore e ci fornisce energia per la giornata. Tutto questo indirettamente, potrebbe aiutare a perdere anche peso superfluo. Prestare attenzione al gusto, al colore, alle sensazioni e ai pensieri evocate dall’alimento che stiamo mangiando significa riprendere contatto con sè stessi.

Qualche consiglio:

Assapora fino in fondo ciò che mangi.

Dedica a te stesso il giusto tempo quando mangi.

Anche se hai poco tempo, cerca di non ingurgitare frettolosamente il primo cibo che trovi.

Rallenta, mastica con calma, gusta i sapori e goditi il tuo pasto.

Mangia solamente senza dedicarti ad altro, (tv, pc, telefono…)

Quando mangi, mangia cosapevolmente. Tutto acquisterà più sapore.

Stress da lavoro correlato: come difendersi.

Con il termine “stress da lavoro-correlato” ci si riferisce ad una situazione in cui la persona percepisce di avere risorse inadeguate rispetto alle richieste dell’’ambiente di lavoro.
Questo può tradursi in difficoltà nella gestione degli impegni lavorativi, o nel relazionarsi con i propri colleghi e superiori. In aggiunta a ciò la parallela comparsa di sintomi psicofisici vari (cefalee, disturbi gastroenterici, sindrome premestruale, variazioni di peso, disturbi del sonno, astenia) e da stati emotivi di agitazione e in alcuni casi depressivi. L’’insieme rende deficitarie concentrazione, ’attenzione e la memoria causando un generale calo del rendimento lavorativo.

Si instaura così un circolo vizioso nel quale l’ìeccesso di stress negativo (distress) corrisponde una riduzione delle capacità di gestirlo. Inoltre, anche il tempo da dedicare a se stessi o alla famiglia viene sacrificato, in termini quantitativi e qualitativi perchè di fatto, con la mente si è sempre a lavoro.

Che fare?

Considerando l’importanza che riveste il lavoro, non si può perderlo ma neanche soccombere. A volte inoltre, soprattutto in periodi particolari come a ridosso di scadenze, il carico di lavoro aumenta mettendo a dura prova le risorse personali. La chiave è accrescere le capacità di farvi fronte e di resistere.
Come? Evidenze scientifiche recenti hanno dimostrato che alcune tecniche meditative, come la mindfulness, sono molto utili nella riduzione dell’impatto che lo stress ha sulla nostra vita, migliorando anche la qualità del tempo che NON dedichiamo al lavoro!

I cibi che migliorano la concentrazione.

Lavori ripetitivi e noiosi? Continue notifiche social mentre cerchi di portare a termine un impegno? Attenzione a qualsiasi rumore o cosa che proviene da fuori?

A molti capita di non riuscire a concertarsi. Oltre alle tante fonti esterne di distrazione però, va detto che, in fatto di concentrazione, un ruolo importante è svolto dallo stato di equilibrio e benessere del corpo (che forma un’’unità indissolubile con la mente). È difficile quindi contrattarsi quando il CorpoMente non è adeguatamente alimentato e nutrito.

Di seguito un elenco dei migliori cibi che hanno un effetto positivo sulla capacità di concentrazione:

ACQUA: bere poca acqua porta alla disidratazione e toglie molte energie rendendo la concentrazione quasi impossibile. Basta infatti una leggera disidratazione (di alcune ore) per ridurrre le capacità del cervello, comprese quelle di apprendimento. Pertanto bere da uno a due litri di acqua al giorno al di fuori dei pasti è un primo passo fondamentale.

FRUTTA SECCA: mandorle, pistacchi, noci, nocciole contengono alti livelli di acidi grassi essenziali che aiutano il cervello a funzionare in modo ottimale.

FRUTTA E VERDURA DI STAGIONE: perfetto mix di sali minerali e antiossidanti, rappresentano un antidoto naturale contro i radicali liberi, responsabili dell’’invecchiamento cerebrale a patto che siamo freschi e di stagione.

TÉ VERDE: oltre ad essere un ottimo antiossidante, non contiene calorie, combatte la stanchezza e facilita il raggiungimento di una piacevole sensazione di sazietà.

CEREALI INTEGRALI: farro, orzo, miglio, avena e tutti i cereali integrali, grazie all’elevato contenuto di fibre hanno un potere saziante e non generano la sonnolenza post prandiale nemica della concentrazione.

CIOCCOLATO FONDENTE: grazie al contenuto di caffeina è un importante stimolante, che aiuta a mantenere il cervello sveglio e reattivo. Possiamo anche concederci uno/due quadretti al giorno preferendo un buon cioccolato fondente.

 

La danza del cervello.

 Quando un anziano danza, di vecchio in lui non ci sono che i capelli; il suo spirito è giovane ancora” (Anacreonte)

Ballare, in realtà, sembra ringiovanire oltre lo spirito anche il cervello. Questo è ciò che emerge da uno studio pubblicato su Frontiers in Human Neuroscience, rivista svizzera i cui autori hanno constatato che gli anziani che svolgono regolarmente esercizio fisico possono invertire i segni dell’invecchiamento del cervello. Senza dubbio, l’’attività fisica, svolta regolarmente e con criterio, contribuisce alla salute e al benessere della persona a tutte le età. Il dato specifico evidenziato da questo studio, è che la danza avrebbe un effetto altrettanto importante.

I ricercatori, hanno coinvolto un campione di anziani (età media 68 anni), ai quali è stato assegnato il compito di seguire un corso settimanale della durata di 18 mesi di diversi tipi di danza o di svolgere esercizio di resistenza e flessibilità. I dati raccolti, hanno evidenziato che i partecipanti di entrambi i gruppi hanno mostrato un aumento della regione cerebrale dell’’ippocampo, zona che può essere soggetta a declino legato all’età, e che svolge un ruolo chiave nella memoria e nell’apprendimento.

Ballare può essere quindi, un prezioso strumento per impostare nuove sfide per il corpo e la mente, soprattutto in età avanzata. Perché la danza, come diceva il coreografo spagnolo Antonio Gades, “non e (solo) un esercizio ma uno stato dell’’anima che esce attraverso il movimento”.

 

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Il potere analgesico del tenersi per mano.

“Dove uno soffre, lì tiene anche la mano” (Plutarco)

……Se le mani sono due e si tengono strette il dolore si attenua.

Questo è ciò che ha osservato il ricercatore Pavel Goldstein, ricercatore presso il Cognitive and Affective Neuroscience Lab della Università del Colorado Boulder . Ha pubblicato il suo studio sulla rivista Scientific Reports dimostrando il potere benefico del tenersi per mano. Questo gesto, tanto semplice quanto prezioso, sembrerebbe sincronizzare i valori vitali delle persone im contatto, come il battito cardiaco e il respiro.

Gli scienziati infatti ritengono che tenere le mani della persona amata attiva una zona del cervello, la corteccia cingolata anteriore, che è associata al dolore, all’empatia e al funzionamento del cuore. “Più empatia c’è con il partner, più forte è l’effetto analgesico, e più alta è la sincronizzazione tra i due quando si toccano” afferma Goldstein.

Quindi il contatto delle mani tra due persone legate affettivamente può agire da potente analgesico “curando” il dolore.

Questo studio è solo l’’ultimo di una serie di ricerche sulla ‘sincronizzazione interpersonale’. Già da tempo gli esperti hanno scoperto che due persone che camminano vicine sincronizzano i propri passi o aggiustano la propria postura in modo del tutto inconsapevole. Così come è stato dimostrano recentemente che, quando le persone guardano un film intenso dal punto di vista emotivo o cantano insieme, le loro frequenze cardiache e i ritmi respiratori si sincronizzano.